1

Lay down little doggies, lay down

I cagnolini di Yoshitomo Nara, refrattari all’invito suadente cantato da Woody Guthrie a mettersi giù e dormire con i cowboys sulla terra fredda della pista di Dodge City (ma quelli non erano in verità doggies ma dogies, cioè vitellini senza madre o randagi), se ne stanno sempre dritti e pronti al gioco nei bookshop del MoMa di New York, sezione Kids, come in quello della Fondazione Beyeler a Basilea.

Yoshitomo Nara, My Sweet Dog, Pull Toy, 2007
Yoshitomo Nara, My Sweet Dog, Pull Toy, 2007

My Sweet Dog si può comprare, anche on–line, per 99 dollari: si lascia portare in giro docilmente su quattro rotelle azzurre, il suo naso è una pallina rossa e un’altra è all’apice della corta coda flessibile.
Tra queste due ciliegie segnaletiche si allunga un bracchetto che sembra la versione sottopeso di Snoopy, ma è indubbiamente simpatico. Magari di una simpatia un po’ malinconica – le sue zampe bloccate in una doppia protesi d’acciaio suscitano compassata compassione – e anche un po’ minacciosa: il sorriso è un ghignetto sospetto e le sopracciglia sono un breve arco rovesciato, indizio di umore corrucciato.
Questa tensione tra leggerezza del soggetto, un cagnolino, e tristezza suggerita con perfidia da certi dettagli espressivi, come pure la percezione di una vita solitaria e dei sentimenti non proprio mielosi che alimenta, sono caratteri usuali nelle opere di Yoshitomo Nara, artista giapponese nato nel 1959 a Hirosaki nella prefettura di Aomori.
Cani e bambini sono soggetti frequenti nelle sue opere, sono anzi una sorta di marchio di fabbrica della sua creatività. I grandi occhi dei suoi piccoli arrabbiati possono ricordare quelli dei cioccolatosi bambini perduti dipinti da Margaret Keane, riesumati ma non riscattati dal film di Tim Burton Big Eyes. Ma si tratta di falsi amici: i piccini di Yoshitomo Nara sono assai più inquietanti e capaci benissimo di difendersi dal crudo mondo degli adulti oltre a beneficiare di un tratto originale, debitore tanto ai manga quanto alla Mafalda di Quino.

Ma torniamo ai cani, all’arte e ai giocattoli dei bambini. Quanto all’arte e ai cani: la collezione del MoMa esibisce un cagnetto di Nara con cuffie stereofoniche e il suo shop ne mette in vendita un altro, per 2500 dollari, che è una radio collegabile al Mac, all’iPhone, all’iPad, all’iPod, con il volume regolato tramite carezza al sottogola e sintonizzazione controllata dal solito naso a ciliegia, ma luminoso. Nell’Indianapolis Museum of Art lo stesso oggetto in fiberglass è invece esibito come parte della collezione permanente, donazione di Gay Sutphin Barclay. Dunque è allo stesso tempo un’opera d’arte senz’aura e riproducibile a piacere o un oggetto di design riconsacrato come pezzo unico per un’esposizione. Non è un gioco, non ha le rotelle, ma ce lo si può portare in giro, comprandolo. Il suo aspetto è lo stesso del protagonista di un libro illustrato da Nara e pubblicato nel 2008 da Chronicle Books, The Lonesome Puppy; è la storia di un cane così grande che nessuno si accorge di lui.

In ogni caso i piccoli (o enormi) cani di Nara sono a buon diritto parte di una genealogia illustre che comprende, tra gli altri, il cagnolino che ringhiando rischia di far scoprire dal sospettoso Vulcano un Marte birichino nascosto in camera di Venere, nel quadro di Tintoretto; oppure quello che dorme felice accanto alla Venere di Urbino di Tiziano, o ancora quello che Velasquez ha dipinto accanto al principino Filippo per convincerci dell’immancabile affinità elettiva tra cane e padrone e poi il cagnolino in grembo alla sua dama ritratto dal Bronzino ecc

Vorrei aggiungere a questa galleria Toto, stizzosetto terrier, che nel Mago di Oz scappando alla sua padroncina la lascia in balia del ciclone, che trasporterà tutti e due nel regno di Oz. Toto è forse meno nobile dei sussiegosi animali di Velasquez e Tiziano ma più adatto quale antesignano del cagnolino a rotelle di Nara che facendosi trainare vorrebbe condurre i bimbi solitari in un regno più avventuroso del mondo reale.

Quanto ai giocattoli: My Sweet Dog è ormai una stella internazionale e si candida ad essere l’oggetto perfetto da vendersi in un bookshop museale, di qualsiasi museo. È emblematico di una strategia diffusa per cui nel negozio del museo si accumulano prodotti globalizzati e indifferenti all’insegna sotto cui vengono venduti. Tanto più questo vale per i giocattoli che sono lì a compensazione delle lunghe ore trascorse dai bambini nel museo, strascinati con maggiore o minore successo da genitori più o meno pazienti, come cagnolini riottosi, senza neppure le rotelle.

Se ti piace il mio progetto, aiutami a condividerlo con più persone possibiliShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on Google+
Google+
Pin on Pinterest
Pinterest

1 thought on “Lay down little doggies, lay down”

  1. I cani di Nara, impacciati e solitari, e le sue bambine eternamente ostili, sono il simbolo di qualcosa che riesce ad essere sempre uguale a se stesso. In qualunque parte del mondo, in qualunque museo. E’ quello di cui abbiamo bisogno o nei luoghi dell’arte ci aspettiamo di trovare qualcosa di unico e raro? Nel bookshop non dovrei trovare qualcosa che mi consenta di portare a casa un pezzettino del mondo appena scoperto?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *